Titolo: L’altalena di Boger ad Auschwitz, l’impronta della “Tigre” Wilhelm Boger e la testimonianza che scosse la giustizia tedesca

L’altalena Boger, conosciuta in tedesco come Bogerschaukel, occupa un posto oscuro e inquietante nella storia di Auschwitz. Non si trattava di un’invenzione anonima del sistema, ma di uno strumento progettato e utilizzato da un uomo con nome e cognome, Wilhelm Boger, un ufficiale delle SS soprannominato dai prigionieri la “Tigre di Auschwitz”. Il suo utilizzo sistematico all’interno del Dipartimento Politico del campo trasformò gli interrogatori in una macchina di sofferenza calcolata, lasciando un segno indelebile nella memoria dei sopravvissuti e nei processi giudiziari che decenni dopo avrebbero tentato di imporre la giustizia.
Auschwitz è stata teatro della violenza industrializzata che ha causato la morte di oltre 1,1 milioni di persone. All’interno di quell’attrezzatura, lo swing di Boger simboleggiava l’unione tra crudeltà fisica e terrore psicologico. Il dispositivo consisteva in una sbarra di ferro sospesa tramite catene al soffitto, installata nel Blocco 11. Le vittime venivano denudate, adagiate sulla sbarra con i polsi ammanettati alle caviglie, lasciando la testa abbassata e il corpo completamente scoperto. Venivano poi fatti oscillare mentre ricevevano colpi con manganelli, fruste o addirittura bottiglie, mirati alle zone particolarmente vulnerabili del corpo.

Wilhelm Friedrich Boger è nato il 19 dicembre 1906 a Stoccarda, da una famiglia di commercianti. Dopo una formazione commerciale, si unì a gruppi di estrema destra e nel 1930 aderì sia al partito nazista che alle SS. La sua ascesa all’interno della Gestapo fu rapida. Nel 1942, dopo essere stato ferito sul fronte orientale, fu trasferito ad Auschwitz come SS-Oberscharführer. Lì assunse un ruolo centrale negli interrogatori e nel perseguimento dei tentativi di fuga.
I prigionieri lo conoscevano come una figura imprevedibile e letale, capace di ordinare esecuzioni arbitrarie e ideare metodi di tortura con una freddezza ancora oggi difficile da assimilare. Lo swing di Boger è diventato il suo marchio di fabbrica. Secondo le testimonianze raccolte nel dopoguerra, le sessioni di tortura duravano finché il prigioniero non firmava una confessione o perdeva la vita. L’oscillazione del corpo faceva sì che ogni colpo venisse amplificato, provocando lesioni interne, danni permanenti e dolori lancinanti. Boger ha addirittura affermato che questo metodo riduce le perdite.

Nelle dichiarazioni successive ha riconosciuto l’esistenza dell’ordigno e ha sostenuto che “era un mezzo di interrogatorio”, frase che rivela l’assoluta disumanizzazione con cui ha giustificato il suo comportamento. Tra il 1942 e il 1945 l’altalena fu utilizzata contro prigionieri politici, ebrei e altri detenuti considerati nemici del regime. Non si è trattato di una punizione isolata, ma piuttosto di una parte integrante del sistema di terrore del campo. La brutalità non risiedeva soltanto nella violenza fisica, ma nel deliberato prolungamento della sofferenza e nell’esposizione totale del corpo, finalizzata a spezzare ogni resistenza psicologica.
Due decenni dopo la fine della guerra, il ricordo di Auschwitz tornò con forza nei tribunali durante il Processo di Francoforte, svoltosi tra il 1963 e il 1965. Fu lì che il nome di Wilhelm Boger tornò a farsi sentire. Le testimonianze dei sopravvissuti hanno dato forma concreta a orrori che fino ad allora molti preferivano non guardare in faccia. Tra questi spicca Paul Leo Seidel, ex prigioniero del campo, il cui intervento ha lasciato un segno indelebile nella stanza. Seidel non solo ha raccontato quello che è successo, ma ha mostrato fisicamente come funzionava lo swing di Boger. Davanti a giudici, pubblici ministeri e giornalisti, ha riprodotto il meccanismo con una serenità che contrastava con la violenza da lui descritta.
Nella sua testimonianza ha spiegato che l’apparecchio “ha trasformato l’interrogatorio in un tormento continuo”, una dimostrazione che ha aiutato la giustizia a comprendere la reale dimensione dei crimini. Il suo atto non era una performance, ma un esercizio di memoria volto a prevenire l’oblio. Durante il processo, Boger ha negato di aver commesso omicidi diretti, ma ha ammesso di aver usato l’altalena. I giudici hanno ritenuto provata la sua responsabilità in almeno 114 morti. La sentenza è stata forte: ergastolo. Boger morì in prigione nel 1977, lontano dal potere che aveva esercitato ad Auschwitz, ma senza che il suo nome potesse mai essere separato dalla crudeltà che rappresentava.
L’altalena di Boger non è stata un evento isolato nella storia della tortura. Metodi simili sono riemersi in altri contesti e paesi, sottolineando un modello inquietante di come certe pratiche vengono riciclate quando il potere viene esercitato senza limiti o controllo. Ad Auschwitz, però, questo dispositivo divenne uno dei più temuti per la sua capacità di infliggere dolore prolungato e per l’arbitrarietà con cui veniva applicato. L’importanza di ricordare l’oscillazione di Boger non risiede nella morbilità, ma nella necessità di comprendere come individui specifici abbiano contribuito a un sistema di sterminio.
Le testimonianze di sopravvissuti come Paul Leo Seidel hanno dimostrato che la giustizia tardiva può ancora svolgere una funzione essenziale: dare voce alle vittime e stabilire responsabilità chiare. Confrontandosi con il proprio passato, la società tedesca ha tracciato un percorso complesso ma necessario verso la memoria e la responsabilità. Oggi, l’eredità di questo episodio oscuro serve da monito. La storia di Wilhelm Boger mostra come una persona apparentemente normale possa diventare autore di violenza estrema quando la disumanizzazione viene normalizzata. Ricordare l’altalena di Boger e coloro che l’hanno subita è un modo per onorare le vittime e rafforzare l’impegno per i diritti umani, l’empatia e la giustizia, valori essenziali per evitare che simili atrocità si ripetano.